visitate il parco del pollino

POLLINO UN PARCO DA VIVERE POLLINO UN’EMOZIONE UNICA

Comments Commenti disabilitati

Eccovi le mie escursioni del 2015 in 53 foto

Comments Commenti disabilitati

La mia prima arrampicata sul Cervino (3 parte)

La Cheminee

Cercammo una più facile strada, portandoci naturalmente verso le rocce inferiori della Testa del Leone, strapiombanti sul lato ovest del ghiacciaio. Una dura arrampicata ci portò in breve tempo sul filo della cresta che discende verso sud; di qui fino al Colle del Leone, seguimmo una specie di lunga scala naturale che potemmo scalare senza servirci delle mani; denominai questo passaggio il Grand Escalier. A questo punto fummo costretti a contornare le scoscese rocce della Téte du Lion che si innalzano al di sopra del canale. Questo passaggio subisce molti cambiamenti a seconda delle stagione e delle annate. Nel 1861 presentava vere difficoltà poiché l’estate eccezionalmente calda di quell’anno aveva quasi ridotto al nulla le masse di neve che di solito vi sono accumulate e le rocce rimaste scoperte là dove di solito la neve tocca la parete non ci offrivano che pochissime fessure e scarsi appigli. Nondimeno raggiungemmo il colle alle dieci e mezza, e i nostri sguardi poterono abbracciare il grandioso bacino dal quale nasce il ghiacciaio di Zmutt. Immediatamente decidemmo di passare la notte sul colle, attratti dai vantaggi che ci offriva il luogo benché questo non ci permettesse eccessiva libertà. Da un lato un muro di roccia a picco, strapiombava sul ghiacciaio di Tiefenmatten; dall’altra pendii molto scoscesi di neve indurita scendevano al Ghiacciaio del Leone, scannellati da piccoli ruscelli e da valanghe di pietre. A nord s’innalzava il grande picco del Cervino; a sud erano i precipizi della Tête du Lion. Gettando una bottiglia sul ghiacciaio di Tiefenmatten se ne ode il rumore della caduta solo dieci o dodici secondi dopo; però non avevamo a temere nulla né da questa parte né dall’altra. Nemmeno dovevamo temer sorprese dalla parte della Tête du Lion poiché sporgenze di roccia proteggevano il posto da noi scelto per il bivacco di quella notte. Quivi facemmo una siesta abbastanza lunga, scaldando le nostre membra al sole, guardando o ascoltando i Carrel che vedevamo o udivamo a intervalli molto al di sopra di noi, sulla cresta che conduce alla cima. A mezzogiorno scendemmo alla baita ove ci caricammo della tenda e di molti altri oggetti e nonostante il peso di tutta questa roba, giungemmo al colle alle sei di sera. La nostra tenda era stata fatta su un cattivo modello di Francis Galton. Vista a Londra, sul suolo piano, essa faceva assai bella figura, ma sulle Alpi non serviva a nulla. Costruita in tela leggera si apriva come si apre un libro; una delle due estremità non doveva mai aprirsi, l’altra era chiusa per mezzo di tendine di tela; si montava su due alpenstoks, e i due lati erano tanto lunghi da poterli rimboccare. Ai bordi inferiori erano cucite parecchie corde per attaccarvi pietre, ma la sua solidità era basata soprattutto su di una corda che passando sotto la parte superiore attraverso ad anelli di ferro avvitati al sommo degli alpenstoks, era da ambo i capi attaccata a robusti picchetti. Il vento che soffiava tra le rocce d’attorno s’ingolfò nella nostra breccia come se uscisse da un enorme mantice; le nostre porte svolazzavano in tutti i sensi e i pioli, per quanto solidamente piantati, non tenevano più di cinque minuti. Poiché la nostra tenda dimostrava un vivissimo desiderio di volarsene sulla cima della Dent Blanche, giudicammo prudente piegarla e servircene come giaciglio; venuta la notte ci avviluppammo ben bene dentro, cercando di rendere la nostra posizione meno disagevole possibile.

Era d’attorno un profondo silenzio impressionante; nessun essere vivente era vicino al nostro bivacco solitario. Già da parecchio tempo i Carrel erano tornati sui propri passi e non potevamo più udirli; le valanghe avevano finito di cadere e anche l’acqua di sgocciolare. La temperatura era freddissima. L’acqua contenuta nella bottiglia posta sotto la mia testa era divenuta un blocco di ghiaccio; del resto in tutto ciò non v’era nulla di anormale se si pensa che noi eravamo in un luogo esposto a tutti i venti. Per qualche tempo tuttavia sonnecchiammo, ma a mezzanotte circa, fummo bruscamente svegliati da una formidabile esplosione avvenuta molto al disopra del nostro bivacco, seguita da pochi istanti di silenzio terrificante. Una enorme massa di roccia staccatasi dalla montagna, scendeva, abbattendosi su di noi. La mia guida era balzata in piedi e gridava a mani giunte: — Mio Dio, siamo perduti!

Udimmo i blocchi di quella terribile valanga precipitare a valle gli uni dopo gli altri, nei precipizi, balzando e rimbalzando di scoscendimento in scoscendimento, urtandosi nella tremenda corsa con assordante fracasso. Sembravano molto vicini a noi mentre in realtà dovevano essere assai lontani, ma qualche frammento che nello stesso momento volò dalle rocce strapiombanti sotto cui ci eravamo riparati, passando proprio sopra le nostre teste, aumentò la nostra paura e il mio compagno, terrorizzato, passò il rimanente della nottata a tremar di spavento e a borbottare esclamazioni tra le quali ritornavano spesso la parola «terribile» e altri aggettivi.

Al nascer del giorno eravamo in marcia e cominciammo a salire la cresta sud-ovest. Ora non si trattava più di bighellonare con le mani in tasca, bisognava conquistare, mani e piedi, ogni metro di salita. Tuttavia la scalata era veramente piacevole; le rocce molto solide erano spoglie di detriti, gli appigli, benché poco numerosi, erano netti e sicuri; non v’era da temere che di noi stessi. Poiché tale era la nostra opinione, ci mettemmo a gridare per svegliare gli echi dei precipizi… Nessuna risposta! Non ancora; attendiamo un po’; tutto assume qui proporzioni colossali. Bisogna contare fino a dodici e allora soltanto le pareti della Dent d’Hérens distanti parecchi chilometri rinviano vibrazioni di una straordinaria chiarezza, dolci e melodiose. Ci fermiamo un momento ad ammirare il panorama: dominiamo la Dent du Lion e da questa parte nessun ostacolo arresta i nostri sguardi, eccettuata la Dent d’Herens che si innalza ancora 300 metri al di sopra di noi. Il nostro sguardo abbraccia tutte le Alpi Graie, vero oceano di montagne da cui emergono, altissime, tre grandi punte: la Grivola, il Gran Paradiso e la Torre del Gran S. Pietro. Nell’ora mattutina i loro contorni spiccano netti con meravigliosa purezza. I vapori del mezzodì non sono sorti ancora; nulla vela il campo di visione e la stessa aguzza piramide del Viso, a 100 chilometri di distanza, si staglia perfettamente sull’orizzonte. Ad Est, i raggi obliqui del sole nascente illuminano le distese nevose del Monte Rosa; anche i piani ancora in ombra splendono di luce riflessa e brillano così che nessun uomo li potrebbe dipingere; le più piccole ondulazioni producono ombre nelle ombre, nei solchi scavati nei ghiacciai da cadute di pietre o da frammenti di ghiaccio, le ombre che si proiettano nelle ombre, hanno esse stesse una zona più chiara e una più scura, con infinite gradazioni di incomparabile delicatezza. Ora la luce del sole va scendendo dalle vette lungo i fianchi dei monti e fa sorgere dalla oscurità forme impreviste: dalle leggere ondulazioni che rivelano le crepacce nascoste alle onde della neve, essa avanza, creando ad ogni istante nuovi giochi d’ombre e di luci, accende miriadi di scintille sulle creste, fa splendere la punta delle guglie di ghiaccio, irradia le altezze, illumina gli abissi, fino a che tutto ciò che abbraccia lo sguardo risplende d’un così vivido bagliore che l’occhio, accecato, cerca un sollievo posandosi su qualche roccia nerastra.

A pena un’ora dopo aver lasciato il colle arrivammo alla «Cheminée» che aveva mutato totalmente aspetto dall’ultima volta che l’avevo raggiunta. Era ora una gran roccia piatta e liscia entro due altre rocce consimili che formavano con la prima un angolo considerevole. La mia guida tentò di arrampicarvisi ma, dopo essersi spostata in mille pose una più grottesca dell’altra, mi dichiarò che non voleva intraprendere la scalata essendo certa di non poterla condurre a termine.

Quando con un po’ di fatica ma senza aiuto di sorta io riuscii a raggiungerne la sommità, le lanciai la corda tentando di tirarla fino a me. Ma l’uomo era così maldestro che non riusciva ad aiutarsi e così pesante che non mi fu possibile sollevarlo; dopo inutili sforzi egli, stesso si slegò dicendomi tranquillamente che intendeva tornarsene indietro. Gli diedi del codardo, del poltrone ed egli mi rispose permettendosi d’esprimere la sua opinione su di me. Gli ordinai di tornare al Breuil e di dire che aveva abbandonato il suo «monsieur» sulla montagna, ma poi siccome egli faceva atto di andarsene, fui costretto a chiedergli umilmente scusa pregandolo di non abbandonarmi; benché l’ascensione della «Cheminée» non presentasse pericoli, anzi fosse relativamente facile con una guida ferma sotto, la discesa diventava preoccupante poiché la sporgenza inferiore della roccia formava un inquietante strapiombo.

La giornata era meravigliosa, il sole versava a fiotti un piacevole e dolce tepore; il vento era cessato, la via appariva ben definita, nessun ostacolo insormontabile si offriva ai miei sguardi: ma che potevo fare da solo? Rimasi sospeso alcuni minuti alquanto indeciso al sommo del passaggio, imprecando contro l’imprevisto contrattempo; ma quando mi accorsi che quel camino era frequentemente spazzato dalle valanghe di pietre di cui era il colatoio naturale mi decisi a tornare indietro e, con l’aiuto della guida, ridiscesi; raggiungemmo il Breuil a mezzogiorno.

I Carrel non si fecero vedere; a quanto dicevano le altre guide essi non erano saliti molto in alto, non avendo sopravanzato di più di 100 metri il punto raggiunto da Tyndall e che il «compagno», il quale per maggior comodità s’era tolte le scarpe legandole alla cintura, avendone smarrita una, era stato costretto a scendere con un pezzo di corda arrotolato intorno al piede. Nonostante ciò essi avevano avuto il coraggio di scendere lungo il canalone del Leone, avendo J. J. Carrel avvoltolato il suo piede scalzo in un fazzoletto.

Durante l’anno 1861 la scalata al Cervino non venne più ritentata. Io lasciai il Breuil, convinto dell’inutilità di tentare la scalata da solo, poiché era troppo forte l’influenza terrificante che la montagna esercitava sulle guide. Bisognava essere almeno in due per potersi aiutare a vicenda, quando le circostanze lo esigevano. Questa era la mia opinione.

Partii con la mia guida, di cui non ebbi a lagnarmi. Valicai con minor difficoltà il colle del Teodulo, più desideroso che mai di compiere l’ascensione del Cervino e deciso, se mi fosse stato possibile, a tornare con un compagno per assediare la montagna fino a quando o l’uno o l’altro di noi avesse dovuto dichiararsi vinto.

Una “cannonata” sul Cervino

 

 

Comments Commenti disabilitati

Capitolo I – La mia prima arrampicata sul Cervino (2 parte)

…..I precipizi spaventosi che strapiombano sul ghiacciaio di Zmutt impedivano qualsiasi tentativo da quella parte; altro non rimaneva dunque che il versante della Valtournanche: infatti tutti i tentativi di scalata ebbero il Breuil come punto di partenza.

Jean-Antoine Carrel

Codesti primi tentativi, quelli almeno di cui udii parlare, furono fatti da guide o, per meglio dire, da cacciatori di camosci della Valtournanche. A quell’epoca in realtà non vi erano guide nella valle, eccezion fatta di due: Pession e Pelissier. Tali tentativi furono fatti negli anni 1858-59 dal Breuil e venne raggiunto un punto alto press’a poco quanto quello chiamato oggi la «Cheminée» e cioè circa 3846 metri. Presero parte a questa spedizione: Jean-Antoine Carrel, Jean-Jacques Carrel, Victor Carrel, l’abate Gorret e Gabriele Maquignaz. Non mi è stato possibile avere dei particolari su questi tentativi. Particolarmente notevole fu il tentativo seguente, ma, anche per questo non venne scritta relazione alcuna. Vi parteciparono Alfredo, Carlo e Sandbach Parker di Liverpool nel luglio del 1860. Senza guide essi diedero l’assalto alla fortezza dal versante orientale, quello stesso che, come s’è detto, sembra una muraglia di roccia liscia assolutamente impraticabile. Sandbach Parker, secondo le note fornitemi, salì coi suoi fratelli, lungo la cresta situata tra l’Hörnli e il Cervino, fino al punto ove l’inclinazione della parete diviene molto più sensibile. Questo punto è segnato 3298 metri sulla carta della Svizzera del generale Dufour. I fratelli Parker furono obbligati a questo punto di obliquare un po’ a sinistra per scalare ancora la parete stessa della montagna; in seguito tornarono a destra e guadagnarono 213 metri, tenendosi sempre il più possibile vicini al tagliente della cresta ma poggiando di tanto in tanto a sinistra, ossia sulla parete. Tornarono la sera stessa a Zermatt. Il poco tempo, le nubi e il vento violento li costrinsero a ridiscendere. Il punto più alto da essi raggiunto fu di circa 3650 metri.

Il terzo tentativo venne fatto nel 1860 dal signor Vaughan Hawkins. dal versante di Valtournanche; egli ne ha pubblicato nel Vacation Tourist’s un vivace resoconto in cui sembra ignorare i tentativi precedenti. Il Prof. Tyndall ne ha discorso in diverse riprese nei numerosi scritti coi quali ha arricchito la letteratura alpina, perciò io li riesumerò il più brevemente possibile.

L’Hawkins nel 1859 aveva studiato il Cervino con la guida J. J. Bennen ed aveva concluso che la cima si poteva raggiungere dalla cresta sud-ovest. Arruolò J. J. Carrel che aveva preso parte ai primi tentativi e, accompagnato da Bennen e dal professor Tyndall che egli aveva invitato a far parte della comitiva, cercò subito di raggiungere l’intaglio posto tra il piccolo e il grande picco, detto oggi Colle del Leone. Bennen era una guida di cui si cominciava a parlare; durante la sua troppo breve carriera restò quasi sempre al servizio di Wellig, il padrone dell’Hôtel costruito sull’Eggischhorn, che lo cedeva ai turisti. Nonostante che la sua esperienza fosse limitata, egli aveva acquistato una buona reputazione: ne è prova il libretto dei certificati, che ho sotto gli occhi, e nel quale coloro che fecero ricorso ai servizi di Bennen si dichiarano tutti soddisfatti. Era un uomo di bell’aspetto, dai modi cortesi e distinti, destro e audace che, se avesse posseduto maggior prudenza sarebbe divenuto in fine una delle migliori guide. Perì miseramente nella primavera del ’64 non lontano da casa sua su una montagna del vallese detta Haut de Cry.

Sotto la guida di Bennen, la comitiva di Hawkins scalò le roccia che dominano da sud il canalone del Leone e raggiunse non senza difficoltà il Colle del Leone. Sorpassò quindi la cresta sud-ovest e il luogo in cui s’erano arrestati gli ultimi esploratori (la Cheminée) innalzandosi oltre 91 metri; Hawkins e Carrel si fermarono mentre Bennen e il professor Tyndall salirono ancora per qualche metro, ma furono costretti a battere dopo mezz’ora in ritirata perché rimaneva loro troppo poco tempo. Ridiscesero al Colle per la strada fatta salendo, riguadagnarono il Breuil passando questa volta per il canalone invece di scendere tra le rocce. Da questa descrizione è facile determinare il punto raggiunto da Hawkins ch’è situato a 3960 metri sopra il livello del mare. Non credo che Bennen e Tyndall abbiano potuto elevarsi più di 15 o 18 metri durante i pochi minuti che durò la loro assenza, tanto più che essi si trovavano in uno dei punti più difficili della montagna. L’altitudine raggiunta da questa spedizione non oltrepassa dunque che di 100-200 metri quella raggiunta negli altri tentativi. Che io sappia, Hawkins non rinnovò il suo tentativo; ritentarono invece i Parker, nel luglio 1861 e ancora da Zermatt. Seguirono la strada percorsa l’anno precedente, riuscendo a superare di poco il punto già raggiunto precedentemente, ma la notte li obbligò a ridiscendere a Zermatt di dove il maltempo li cacciò ben presto. I loro tentativi non vennero ripetuti. Scrive il Parker:

«Né l’una né l’altra volta salimmo tanto alto quanto ci sarebbe stato possibile: dal punto in cui ci arrestammo per tornare indietro, vedevamo benissimo la via che ci avrebbe permesso di elevarci qualche centinaio di metri, ma, oltre questo punto, le difficoltà parevano aumentare». Io so del resto che lo scopo principale di queste due spedizioni era quello di accertarsi se un tentativo dal versante Nord-Est presentava maggiori possibilità di riuscita.

La mia guida ed io giungemmo al Breuil il 23 agosto 1861 e quivi appresi che da un giorno o due era giunto il Prof. Tyndall, ma che non aveva ancora intrapreso nulla. Avevo esaminato il Cervino da quasi tutti i versanti e malgrado la mia inesperienza, avevo calcolato che non occorrevano meno di 24 ore per compierne l’ascensione. Decisi dunque di bivaccare sui fianchi stessi del Cervino, il più alto possibile; il giorno seguente avrei cercato di raggiungere la vetta. Cercai, disgraziatamente invano, di assoldare un’altra guida. Matthias Zum Taugwald ed altre guide assai note che erano al Breuil, rifiutarono le mie offerte recisamente. Solo un robusto vecchio, Peter Taugwalder, disse che acconsentiva a venire. «A qual prezzo?», domandai. «Duecento franchi!».

Che si raggiunga o no la vetta?». «Sì, non un soldo di meno». Il fatto era che tutti gli uomini più o meno atti dimostravano una grande ripugnanza ad accompagnarmi, o rifiutando decisamente o domandando cifre astronomiche. Questa, e lo dico una volta per tutte, era la vera causa dell’inutilità di tanti tentativi fatti per scalare il Cervino.

Le migliori guide del paese venivano, una dopo l’altra, a contemplare l’inaccessibile cima, accarezzandone il dorso, se così si può dire, ma rifiutando di oltrepassare i primi contrafforti. Coloro che accettavano la proposta di spingersi più in alto erano per la maggior parte degli incapaci, eccezion fatta per Bennen; cedevano alla prima difficoltà e coglievano la prima occasione per rinunciarvi. Tutti, meno uno di essi di cui parlerò tra breve, erano fermamente persuasi che la vetta del Cervino fosse assolutamente inaccessibile. Stabilimmo di partir soli, ma prevedendo il freddo eccessivo del nostro bivacco, pregai l’albergatore di prestarmi due coperte: egli me le rifiutò pretestando stranamente che noi avevamo acquistata l’acquavite a Valtournanche invece di acquistarla da lui. Niente acquavite, niente coperte; tale era la sua singolare linea di condotta. Quella notte però non avemmo bisogno delle sue coperte perché pernottammo nelle più alte baite della valle, vale a dire a un’ora di cammino dall’albergo. I pastori, brava gente raramente disturbata dai turisti, ci fecero una cordialissima accoglienza e ci installarono il meglio possibile; spartirono con noi le loro modeste provviste e quando fummo seduti intorno all’enorme marmitta di rame sospesa sul fuoco, ci esortarono con voce un po’ rude, ma benevola, a diffidare dei precipizi infestati dagli spiriti maligni…

Al cader della notte scorgemmo le figure di Antoine Carrel e del suo compagno arrampicarsi sul pendio, nella penombra. — Oh! Oh! — gridai — vi siete ricreduti?

— No, vi sbagliate.

— Allora perché siete venuti quassù?

— Perché anche noi, domani, saliremo sulla montagna.

— Toh! e non vi è necessario essere in tre, per questo?

— Non è necessario, per noi!

Ammirai la loro scaltrezza ed ebbi gran voglia di prenderli al mio servizio tutti e due, poi vi rinunciai. Il compagno non era altri che J. J. Carrel che aveva accompagnato Hawkins ed era lontano parente di Jean-Antoine.

Entrambi erano montanari arditi, ma Jean-Antoine, molto più abile di Jean Jacques, non aveva l’eguale come arrampicatore di rocce. Era l’unico fra le guide che non si perdesse mai di coraggio, che credesse con ostinazione nella vittoria definitiva, a dispetto di tutte le sconfitte successive che parevano dargli torto persisteva nel sostenere che il Cervino poteva essere scalato e che lo sarebbe stato un giorno dal versante che fronteggiava la sua valle natia.

La notte non fu turbata che dalle pulci, un gruppo delle quali eseguì un fandango indiavolato sulla mia faccia al suono della musica che una loro solista eseguì con fili di fieno sul mio orecchio. I due Carrel sgusciarono senza rumore fuori della capanna prima dell’alba e se n’andarono. Noi invece non partimmo che alle sette e li seguimmo senza premura, avendo lasciata nella baita la parte non indispensabile dei nostri bagagli. Lentamente salimmo i pendii, stellati di genzianelle, che si stendevano tra il nostro rifugio notturno e il ghiacciaio del Leone; sorpassati i pascoli dove sonnecchiavano le mucche, attraversammo mucchi di pietrame e giungemmo al ghiacciaio. Vecchi strati di neve dura si stendevano sulla sua sponda destra, ossia alla nostra sinistra; li raggiungemmo e in tal modo pervenimmo alla base del ghiacciaio senza difficoltà. Ma via via, che salivamo, le crepacce aumentavano e ben presto fummo arrestati da alcune troppo larghe per poterle valicare coi mezzi che avevamo a disposizione.

Il Colle del Leone

Comments Commenti disabilitati

Prologo

La Grande Conquista è la storia travagliata della conquista del Monte Cervino che vide come protagonista Edward Whymper,alpinista inglese dell’epoca vittoriana. Instancabile ed eccezionale camminatore, percorse a piedi le Alpi nord-occidentali, scalando anche cime importanti del gruppo del Monte Bianco, finché divenne vittima del fascino del monte Cervino, vetta allora ancora inviolata nonostante numerosi tentativi da parte di altri alpinisti dell’epoca, tra i quali il naturalista ed alpinista John Tyndal

Raggiunse per primo la vetta nel 1865 dal versante svizzero,alla guida di una cordata di altri sette compagni, quattro dei quali perirono durante la discesa. Il tragico evento, seguito da un processo nel quale la causa della tragedia fu attribuita ad una corda difettosa, ebbe molta risonanza nel mondo alpinistico e non solo, e lasciò un segno indelebile nella coscienza dell’alpinista per tutto il resto della sua vita.La storia di quella memorabile e tragica impresa è legata anche ad un altro personaggio che dopo innumerevoli tentativi raggiunse la cima dal versante italiano due giorni dopo Whymper,la leggendaria guida di Valtournenche Jean Antoin Carrel.

Il racconto a puntate è tratto da uno dei suoi libri più celebri Scrambles amongst the Alps in the years 1860-1869 (Londra, 1871)ed’è arricchita di stupende incisioni fatte da lui stesso. (Da Wikipedia)

Spero che la lettura sia di vostro gradimento , che siate appassionati o meno del genere. Buona lettura.

 

Capitolo I – La mia prima arrampicata sul Cervino (1 parte)

Tra le cime delle Alpi che nessun piede umano aveva ancora calcato, due soprattutto eccitavano la mia ammirazione. L’una era stata parecchie volte oggetto di vani attacchi da parte dei migliori scalatori; l’altra, che la tradizione diceva inaccessibile, era ancora quasi vergine di qualsiasi tentativo. Queste montagne erano il Weisshorn e il Cervino.

Nel 1861, dopo aver visitato i lavori della grande galleria del Moncenisio, gironzolai per una decina di giorni nelle valli vicine, deciso di tentare, senza indugio, l’ascensione di quelle due cime. Correva voce che la prima fosse stata conquistata e che la seconda dovesse essere attaccata a breve scadenza. Quelle voci vennero confermate al mio arrivo a Chatillon, all’imbocco della Valtournanche. L’interesse ispiratomi dal Weisshorn subito si spense, ma quando seppi che il professor Tyndall si trovava al Breuil e che aveva l’intenzione di coronare la prima vittoria con una seconda più brillante ancora, il mio desiderio di essere il primo a scalare il Cervino si fece più profondo e più intenso.

Le guide di cui mi ero fino allora servito, mi avevano assai disgustato ed ero portato, molto a torto, a sminuirne assai il valore. Le consideravo come individui buoni tutt’al più ad indicare i migliori sentieri ai turisti e soprattutto robusti consumatori di provviste solide e liquide.

A Chatillon mi posi alla ricerca di una guida e mi vidi sfilare davanti individui il cui viso esprimeva malizia, orgoglio, invidia, odio, insomma tutte le qualità della mariuoleria, mentre mi parevano sprovvisti di ogni buona qualità.

L’arrivo di due viaggiatori, accompagnati da una guida che essi mi presentarono, non soltanto come l’incarnazione di tutte le virtù, ma come l’uomo che mi abbisognava per la mia scalata al Cervino, mi dispensò dall’ingaggiare alcuno di quei bricconi. Fisicamente la mia nuova guida era un miscuglio di Chang e d’Anak sebbene non possedesse tutti i requisiti da me desiderati; i viaggiatori che me lo cedevano raggiungevano pienamente il loro scopo, poiché io senza saperlo, accettai la responsabilità finanziaria di pagargli il viaggio di ritorno; la qual cosa dovette sollevare a pieno la loro coscienza e la loro borsa.

Risalendo al Breuil cercammo una seconda guida, facendone richiesta a tutte le persone che potevano conoscerne; all’unanimità ci venne dichiarato che Jean-Antoine Carrel di Valtournanche era il gallo della vallata. Ci mettemmo dunque alla ricerca di Carrel: era un pezzo d’uomo rudemente squadrato, dall’aspetto risoluto e un po’ altero, il che non mi spiacque. Egli consentiva ad accompagnarmi per un salario di 20 franchi al giorno, qualunque fosse il risultato dei nostri tentativi; accettai, ma egli esigette che io impegnassi altresì un suo compagno. — Perché? — Oh, gli era assolutamente impossibile fare a meno di una seconda guida… A questo punto un individuo dall’apparenza assai poco rassicurante, sbucò dall’ombra, presentandosi come il compagno necessario. Poiché facevo delle obbiezioni, le trattative furono troncate ed io salii con la mia prima guida, al Breuil. Questo luogo, che frequentemente mi occorrerà nominare nei capitoli che seguono, era ai piedi e in vista dello straordinario picco del quale stavamo per tentar l’ascensione.

Non mi pare necessario fare qui una descrizione particolareggiata del Cervino, dopo tutto quello che è stato scritto intorno a questa famosa montagna. I lettori di quest’opera non ignorano che la sua vetta s’eleva a 4482 metri al di sopra del livello del mare; si erge bruscamente a tale altezza per mezzo di una serie di scoscendimenti, i quali si possono a ragione chiamare precipizi, con un dislivello di circa 1500 metri dai ghiacciai che fasciano la sua base. È noto che era l’ultima delle grandi vette alpine la cui ascensione non era stata compiuta non tanto per le difficoltà terribili dell’impresa, quanto per il religioso terrore ispirato dalla sua apparenza invincibile. Pareva che fosse circondata da una specie di cerchio magico che forse era possibile raggiungere ma non oltrepassare. Al di là di questa linea invisibile, l’immaginazione sovreccitata creava gli spiriti del male: l’ebreo errante e le anime dannate. I superstiziosi abitanti delle valli vicine, molti dei quali credevano il Cervino la più alta vetta non solo delle Alpi, ma del mondo, narravano di una città in rovina esistente sulla cima ed abitata dai demoni. Se vi burlavate dei loro terrori superstiziosi, essi tentennavano gravemente il capo e vi invitavano a guardare coi vostri occhi le fortezze e le mura; vi avvertivano di non spingere la temerità fino ad avvicinarvi, perché i demoni esasperati potevano vendicarsi precipitandovi da quelle inaccessibili altezze. Spiriti fermi e ponderati subivano la suggestione della fantastica forma del Cervino e si videro uomini i quali erano soliti parlare e scrivere come esseri ragionevoli, perdere tutto il loro buon senso quando subivano quella misteriosa influenza: farneticavano, cercavano invano le parole e dimenticavano le forme usuali del linguaggio. Lo stesso De Saussure, così ponderato di solito, alla vista di quella montagna si sentì trasportato dall’entusiasmo e, ispirato da quello spettacolo, precorse le moderne speculazioni geologiche, esprimendo le interessanti idee trascritte in testa a questo capitolo. Da qualunque parte lo sì contempli, il Cervino ha sempre un aspetto imponente; esso non è mai volgare; da questo doppio punto di vista esso è una eccezione quasi unica tra le montagne. Senza rivali tra le Alpi, non ne ha che un numero assai esiguo nel mondo intero.

I 2000-2500 metri del picco attuale contano numerose creste ben definite e molte altre meno marcate. La più continua è quella che si dirige verso nord-est; la vetta ne è la estremità superiore e il picco dell’Hörnli la estremità inferiore. Un’altra cresta ben segnata discende dalla cima fino a quella detta Furggen Grat. Il pendio della montagna compreso tra queste due creste costituisce il versante orientale della montagna. Una terza cresta un po’ meno continua delle precedenti scende in direzione sud ovest e la parte della montagna compresa tra queste e la seconda cresta, è quella che si vede dal Breuil. Questa sezione non forma una grande parete come quella orientale; precipizi formidabili la spezzano ed è maculata da vasti nevati e solcata da nevosi canaloni. L’altro versante della montagna, di fronte al ghiacciaio di Zmutt, non può tanto facilmente essere descritto. Vi sono, da questa parte, precipizi più apparenti che reali; ve ne sono di perpendicolari e di quelli che strapiombano, ghiacciai quasi piani e altri sospesi; altri i cui grandi seracchi si spezzano sopra rupi più grandi ancora ed i cui detriti, ricomponendosi, formano un nuovo ghiacciaio; creste spaccate dal gelo e che il vento e la pioggia hanno trasformato in guglie e torrioni; dappertutto si vedono i segni di un incessante travaglio, evidente dimostrazione delle forze che dall’origine del mondo continuano la loro opera di distruzione sull’enorme massa, disgregandola e riducendola in atomi. La maggior parte dei turisti vede per la prima volta il Cervino da Zermatt o dalla Valtournanche. Dalla valle di Zermatt la base della montagna appare più stretta e le pareti e le creste sembrano straordinariamente scoscese. Il turista che risale penosamente la valle, cerca invano da lungi all’orizzonte il meraviglioso spettacolo che deve ricompensare le sue fatiche, ma non è che ad un chilometro e mezzo a nord, oltre Zermatt che il Cervino diventa visibile. Improvvisamente esso appare in tutto il suo splendore là, dove il sentiero gira attorno a una roccia e non nel punto in cui si sarebbe creduto dovesse presentarsi. Bisogna alzare il capo per contemplarlo poiché par che vi domini. Nonostante questa impressione la vetta del Cervino, vista da questo punto, fa con l’occhio un angolo minore di 16 gradi, mentre il Dom, visto dallo stesso punto, fa un angolo più aperto senza tuttavia attirare l’attenzione. Non bisogna dunque fidarsi troppo dell’impressione visiva.

Dal Breuil, in Valtournanche, l’aspetto del Cervino è ugualmente imponente; l’impressione, però, è meno viva perché lo spettatore vi si è in qualche modo già preparato sia risalendo che scendendo la valle. Da questa direzione la montagna appare formata da una serie di masse piramidali che fan pensare a coni giganteschi. Invece dall’altro versante, quello di Zermatt, essa si fa notare per la vasta e uniforme distesa di pareti a picco e per la semplicità dei contorni. E’ dunque naturale il supporre che sarebbe stato più facile trovare una via per giungere alla vetta sul versante che pareva costituito da un ammasso di roccioni, che da qualsiasi altra parte. Il versante orientale di Zermatt, appariva dalla base al sommo, una parete liscia e scoscesa, impossibile a superarsi. I precipizi spaventosi che strapiombano sul ghiacciaio di Zmutt impedivano qualsiasi tentativo da quella parte; altro non rimaneva dunque che il versante della Valtournanche: infatti tutti i tentativi di scalata ebbero il Breuil come punto di partenza…(continua)

 

 

 

 

Comments Commenti disabilitati

Eccovi il racconto dell’ascensione alla vetta del Cervino su

“BLOGSPOT”

Comments 1 Commento »

Percorso classico estivo quello che si intraprende nel Parco del Pollino vicino il caratteristico borgo di S.Lorenzo Bellizzi.Si scende con l’auto lungo la strada che porta in località Barile.Si trova parcheggio presso alcune masserie e si scende a piedi per 15 min. fino all’ingresso delle gole.In 2 ore e mezza si raggiunge l’Anfiteatro del Diavolo dove il torrente descrive un gomito e da li si ritorna.Non difficile,adatto a tutti ma con le dovute precauzioni:obbligatorio l’uso del casco e un tiro di corda  di una decina di metri per superare alcuni passaggi.Buon divertimento.

 

 

 

Comments Commenti disabilitati

Direi che qualcosa comincia a muoversi,nonostante siamo ancora lontani anni luce dall’organizzazione e dalla sensibilità presente invece nelle Alpi. Risalendo infatti lungo la rotabile che dalla “Madonnina”(bivio per Rotonda) giunge a Piano Ruggio,mi sono imbattuto in alcuni pannelli informativi realizzati in legno che descrivono la geologia e la morfologia della zona. La cosa bella è stata però la presenza di un pannello posto in un punto panoramico con una foto di Giorgio Braschi riproducente la catena montuosa da li visibile con i nomi delle vette e delle valli e relativa altimetria.

Idea intelligente anche se è poco. Auspicherei  la realizzazione di simili pannelli oltre che in territorio montano anche nei paesi che ruotano attorno al comprensorio,dai quali il panorama è impareggiabile e da dove i turisti potrebbero farsi un’idea di “cosa siano” quelle splendide montagne che hanno davanti. Inoltre completerei con altri pannelli indicanti i vari percorsi escursionistici corredati da contatti utili a rendere fruibile al turismo il nostro bel parco dal punto di vista escursionistico (nelle reale delle Alpi ne esistono a migliaia). Speriamo davvero.

Comments Commenti disabilitati

Sopra un disteso promontorio a 470 metri di altitudine sulla valle del fiume Esaro si trova Altomonte, piccolo borgo medievale della provincia cosentina. Il paese è circondato alle spalle dalle cime dei monti del Massiccio del Pellegrino, gruppo montuoso contiguo del Pollino, con il quale divide la superficie del grande Parco Nazionale. La natura integra dei monti del Pellegrino, e un paesaggio suggestivo a picco sulla valle del fiume Esaro fanno da contorno ad un patrimonio artistico e culturale di tutto rispetto, fatto di chiese e palazzi nobiliari, di stradine antiche, di archi e rosoni e capolavori del Trecento toscano.

(http://www.calabriatours.org)

Se volete visitare Altomonte vi suggerisco di uscire al casello autostradale di Spezzano Terme/Tarsia Nord direzione Roggiano Gravina. Attraversate il paese e a monte prendete per Altomonte.Ad un tratto dopo una curva vi apparirà in tutta la sua bellezza l’invaso dell’Esaro.Alle sue spalle fanno da sfondo Montea,la Serra Scodellaro con La Mula e più a destra il Cozzo del Pellegrino.Un colpo d’occhio fantastico. Ho catturato l’immagine quasi per caso con il cellulare.

Il lago è stato realizzato grazie allo sbarramento per mezzo di diga in cemento armato e calcestruzzo, incanalando le acque dell’omonimo fiume. La diga realizzata sull’Esaro, e che ha permesso la realizzazione del lago, ha avuto una storia piuttosto turbalenta e non ancora termitata. I primi lavori iniziarono infatti, tra il 1979 e il 1981, più volte ripresi e sospesi, a causa di continui cedimenti della struttura. Ultimamente vennero ripresi nel 2002, per essere ancora una volta sospesi  a tempo indeterminato, relegando questa opera fra le grandi incompiute calabresi. (Wikipedia)

Comments Commenti disabilitati

Magica ascensione lungo il canalone sud-ovest di Monte Alpi (1900m.) detto “Ghost Line” il 27 Febbraio 2010 da me e Pasquale.Buona visione

Video importato

Comments Commenti disabilitati